Ci sono fotografie che non raccontano semplicemente un momento, ma condensano un intero modo di vivere e di produrre. Questa immagine, che ritrae le maestranze della Confezioni Contex, un’azienda di Borgomanero negli anni Sessanta, appartiene a quella categoria rara di documenti visivi capaci di parlare al presente con una forza sorprendente. Volti, posture, abiti da lavoro: tutto rimanda a un’epoca in cui il lavoro non era soltanto un mezzo di sostentamento, ma un elemento fondante dell’identità individuale e collettiva.
Oggi siamo abituati a leggere e ascoltare termini come economia circolare, sostenibilità, filiera corta, valorizzazione del territorio. Parole d’ordine che occupano con disinvoltura convegni, piani industriali, strategie di marketing e documenti istituzionali. Eppure, osservando questa fotografia, emerge con chiarezza una verità tanto semplice quanto scomoda: molto prima che queste espressioni venissero coniate e rese di uso comune, quei principi erano già profondamente radicati nella vita quotidiana degli imprenditori e dei lavoratori del dopoguerra e del boom economico.
Un’economia che nasceva dal territorio
Negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, l’Italia era un Paese ferito, ma animato da una straordinaria energia ricostruttiva. Le imprese che nacquero o si consolidarono in quel periodo non lo fecero in astratto, ma all’interno di un contesto territoriale preciso. Borgomanero, come molte altre realtà del Nord Italia, era parte di un sistema produttivo diffuso, fatto di aziende manifatturiere, officine, laboratori, magazzini e servizi collegati.
L’impresa non era un’entità separata dal territorio: ne era una diretta espressione. I fornitori erano spesso locali o comunque regionali. Le maestranze provenivano dal paese o dai comuni limitrofi. I clienti, almeno in una prima fase, erano anch’essi inseriti in una rete geografica relativamente contenuta. Questo non avveniva per ideologia o per una consapevole adesione a modelli teorici di sostenibilità, ma per necessità, buon senso e prossimità.
Rivolgersi a un fornitore locale significava ridurre tempi, costi e incertezze. Assumere personale del posto voleva dire investire in persone che conoscevano il contesto, che avrebbero costruito lì la propria vita, che difficilmente avrebbero abbandonato l’azienda al primo cambiamento di scenario. Servire clienti vicini implicava un rapporto diretto, personale, basato sulla fiducia e sulla reputazione.
La circolarità come pratica quotidiana
Se oggi definiremmo tutto questo economia circolare, allora occorre riconoscere che negli anni Cinquanta e Sessanta la circolarità non era uno slogan, ma una pratica quotidiana. Le risorse venivano utilizzate fino in fondo. Gli scarti venivano recuperati, riadattati, riutilizzati. Le competenze si trasmettevano di generazione in generazione, spesso all’interno delle stesse famiglie.
Il lavoro aveva un valore intrinseco che andava oltre la retribuzione. Era strumento di riscatto sociale, occasione di crescita professionale, contributo concreto allo sviluppo della comunità. Le aziende, a loro volta, non erano percepite come entità estranee o predatorie, ma come pilastri del tessuto sociale ed economico locale.
In questo contesto si colloca anche la collaborazione con realtà come Carrozzeria Bertona, che negli stessi anni realizzò dei mezzi per la medesima azienda ritratta nella fotografia. Un esempio concreto di filiera corta ante litteram: un’esigenza produttiva soddisfatta da un fornitore del territorio, capace di interpretare bisogni specifici e di tradurli in soluzioni su misura.
Il boom economico e l’equilibrio possibile
Il cosiddetto boom economico italiano non fu soltanto un periodo di crescita dei consumi e del reddito. Fu, almeno inizialmente, una fase in cui sviluppo industriale e radicamento territoriale riuscirono a convivere. Le imprese crescevano, si modernizzavano, investivano in macchinari e competenze, ma restavano profondamente legate ai luoghi in cui operavano.
Questo equilibrio generava ricchezza diffusa. I salari alimentavano il commercio locale. Le aziende sostenevano indirettamente servizi, artigiani, professionisti. Le amministrazioni comunali beneficiavano di un gettito che consentiva di migliorare infrastrutture e servizi pubblici. Il territorio, nel suo complesso, cresceva.
La fotografia delle maestranze di Borgomanero restituisce proprio questa dimensione: un’impresa come comunità, un luogo di lavoro come spazio di relazione, un’economia che produceva valore economico e sociale allo stesso tempo.
La frattura della globalizzazione
A partire dagli anni Ottanta e Novanta, questo modello ha iniziato progressivamente a incrinarsi. La globalizzazione ha portato con sé indubbi vantaggi: accesso a nuovi mercati, riduzione dei costi di produzione, diffusione dell’innovazione tecnologica. Ma ha avuto anche un prezzo elevato, soprattutto per i territori. La delocalizzazione produttiva, la ricerca sistematica del costo più basso, la finanziarizzazione dell’economia hanno progressivamente svuotato molte aree industriali locali. Le filiere si sono allungate fino a diventare opache. I rapporti diretti tra imprese, lavoratori e comunità si sono indeboliti, quando non del tutto dissolti.
Molte aziende che avevano rappresentato per decenni un punto di riferimento per il territorio non hanno retto a questo cambiamento. Alcune sono state acquisite, altre smantellate, altre ancora semplicemente chiuse. Anche l’azienda ritratta in questa fotografia non esiste più. Di essa rimane il nome di una strada, traccia toponomastica di una presenza che ha inciso profondamente nella storia locale.
Quando restano solo i nomi
Il fatto che di un’azienda resti soltanto un nome su una targa stradale è, al tempo stesso, un segno di memoria e una testimonianza di perdita. Dietro quel nome ci sono centinaia di storie individuali, competenze, sacrifici, relazioni umane. C’è un pezzo di economia reale che non ha trovato spazio nel nuovo paradigma globale.
Eppure, proprio questa assenza può diventare occasione di riflessione. Non per indulgere in una nostalgia sterile, ma per interrogarsi su ciò che è andato perduto e su ciò che può essere recuperato in forme nuove.
Ripensare il futuro partendo dal passato
Oggi l’economia circolare e la sostenibilità del territorio tornano al centro del dibattito pubblico. Ma il rischio è che restino concetti astratti, svuotati di contenuto, se non vengono calati nella realtà concreta delle imprese e delle comunità.
La lezione che arriva dal dopoguerra e dal boom economico non è quella di un ritorno al passato, né di un rifiuto della globalizzazione. È piuttosto l’invito a ricostruire un equilibrio. A ripensare filiere produttive che, pur inserite in un mercato globale, sappiano valorizzare competenze locali. A considerare il territorio non come un semplice contenitore di risorse, ma come un ecosistema complesso fatto di persone, saperi e relazioni.
Per aziende come Carrozzeria Bertona, che affondano le proprie radici in una tradizione manifatturiera locale, questa prospettiva rappresenta una responsabilità e un’opportunità. Responsabilità di custodire una memoria industriale che rischia di andare dispersa. Opportunità di tradurla in innovazione, qualità e attenzione al contesto in cui si opera.
Una chiusura di prospettiva
La fotografia dei lavoratori della Contex di Borgomanero non è soltanto un documento del passato. È uno specchio in cui il presente può e deve guardarsi. Ci ricorda che la sostenibilità non nasce nei documenti programmatici, ma nelle scelte quotidiane. Che l’economia circolare non è un’invenzione recente, ma una pratica che ha già dimostrato la propria efficacia quando era radicata nel territorio.
Se oggi vogliamo costruire un futuro economico più equilibrato e resiliente, non possiamo prescindere da questa eredità. Dobbiamo recuperare il senso di appartenenza, la centralità del lavoro, il valore delle relazioni locali, integrandoli con le opportunità offerte dall’innovazione e dai mercati globali.
Forse non torneranno più le grandi fotografie di gruppo davanti alle fabbriche. Ma può tornare, in forme nuove, quella stessa idea di impresa come motore di sviluppo condiviso. È in questo spazio, tra memoria e futuro, che il territorio può ritrovare una prospettiva di crescita autentica e duratura.
Si ringrazia “Accendiamo la memoria” www.accendiamolamemoria.it per la foto storica delle maestranze Contex


